Leggere in lingua: passione, antidoto e “vigile passività”

Il mio amore sviscerato per la lingua francese non è mai stato un mistero. Mi basta captare una erre moscia, un suono nasale e qualche nota de La vie en rose per perdere completamente il contatto con la realtà. Nel mio cervello scatta in automatico il meccanismo di disconnessione dalla lingua italiana e – clic! – si accende subito l’interruttore per il francese. Pasta, pizza e mandolino non funzionano più: da quel momento in poi reagisco solo a Tour Eiffel, quiche lorraine pain au chocolat (aggiungiamoci anche un croque-monsieur).

Ho vissuto in diverse città della Francia per alcuni anni e, sebbene la scelta di rientrare in patria in pianta stabile sia stata incondizionata, meditata e consapevole (me misera, me tapina!), devo confessare che la saudade si fa spesso sentire. Mi manca l’aria che tirava (…) nei pomeriggi freddi ma soleggiati passati a leggere sulle panchine dell’Esplanade du Peyrou. Mi manca addentare un sandwich-jambon-fromage accanto a qualche sconosciuto discreto e ordinato, come me diligentemente intento a gustarsi un romanzo (oltre al panino) al grand bassin rond del Jardin des Tuileries. Mi manca girovagare per ore e ore fra gli scaffali della Fnac vicino Place Bellecour alla ricerca di un nuovo Bescherelle da aggiungere alla mia collezione. Mi manca persino quella sensazione di stordimento, quando il brusio confuso dei passeggeri del bus 34 partito dai Parchi Disneyland e arrivato a Magny-le-Hongre mi risvegliava dallo stato narcolettico in cui, libro sulle gambe, ero sprofondata (vi assicuro che cercare di convincere bambini di tutte le nazionalità immaginabili che anche se sei vestita da pirata non sei la sorella di Jack Sparrow, può essere molto sfiancante).

12109132_515831578567238_8513939316867902230_n

Insomma, se non si fosse ancora capito, i libri per me sono compagni di vita quotidiana. Leggere è una delle cose che più mi piace fare al mondo. È uno dei pochi antidoti all’iperattività della mia mente (quanto al fisico, invece, il problema non sussiste), un balsamo, un calmante, uno stimolo, un incoraggiamento. E forse anche un po’ per rivivere quegli attimi di vita d’oltralpe per cui spesso provo nostalgia, oltre che per scovare interessanti novità da proporre a qualche casa editrice italiana, negli ultimi anni ho letto quasi esclusivamente in lingua francese. Narrativa, saggistica specialistica, non-fiction… insomma, un po’ di tutto. Qualcosa me lo hanno consigliato, qualcosa l’ho scelto io. Qualcosa mi è piaciuto di più, qualcosa di meno. Qualcosa l’ho addirittura tradotto, un po’ per esercizio, un po’ per lavoro.

Uno dei tanti motivi per cui adoro leggere in lingua originale è che, ai miei occhi innamorati del francese, qualsiasi contenuto, anche quello meno curato da un punto di vista lessicale e stilistico, si carica di un fascino particolare se espresso en français. È esattamente come quando di una persona esteticamente poco avvenente si dice “è brutta, ma ha il suo perché”. Motivazione del tutto opinabile, sono d’accordo. Eppure è questo che avviene nella mia mente quando mi capita di leggere materiale talvolta qualitativamente scadente in lingua francese: gli permetto di brillare di luce riflessa, nonostante la sua oggettiva bruttezza.

Leggere in lingua per piacere, poi,  si è rivelato un supporto preziosissimo anche a favore di quello che è il mio “dovere”, ossia il mio lavoro di traduttrice. Anche una lingua straniera che si conosce molto bene, non si conosce mai abbastanza. Sono sempre stata dell’opinione che una lingua si impara sui tomi di grammatica e gli eserciziari, ma si capisce veramente solo sul posto, nei posti. La lingua della letteratura, però, è un’altra cosa. È a una tappa più in là nel processo di comprensione, è lingua ma prescinde dalla lingua, è in poche parole un microcosmo a sé al quale ci si deve accostare con pazienza e con cautela, proprio come si fa di solito quando ci si avvicina per la prima volta a qualcosa di nuovo. La lettura di letteratura in lingua originale richiede una sensibilità molto particolare che, ironia della sorte, non si può affinare se non… continuando a leggere! Di tutto di più, sempre di più.

In un’ottica più prettamente traduttiva, la lettura in lingua originale è a tutti gli effetti la prima delle fasi di lavoro previste, la fase dell’ascolto, dello “star di là”, la fase di “vigile passività”. È in questi termini che ce l’ha definita l’impareggiabile Yasmina Melaouah lo scorso 13 febbraio a Pisa, durante il laboratorio di traduzione editoriale dal francese organizzato da STL Formazione, a cui ho partecipato con estrema soddisfazione. Quando leggiamo un testo destinato alla traduzione, non facciamo altro che metterci appunto all’ascolto dell’autore, alla scoperta del microcosmo specifico che ci stiamo accingendo a esplorare. Creiamo una sintonia, un legame vero e proprio. Identifichiamo codici linguistici e non, contenuti e forme. E solo dopo questa fase, possiamo passare alla tappa successiva, quella che Yasmina chiama “libertà controllata” e che, al di là di tutto, rimane la nostra tappa principale: la traduzione.

La lettura in lingua originale è una miniera di risorse preziose per chi ha fatto delle parole e della forma delle parole il proprio mestiere. Ma non solo. Nel mio caso è il palliativo per eccellenza contro il mal de France, da usare senza moderazione fino al prossimo volo per Parigi, bien sûr.

Ramona

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...