Elena Ferrante. Di traduzioni a confronto e…traslochi

Ho da poco completato la lettura della tetralogia de L’amica geniale di Elena Ferrante.

Prima di iniziare a leggere i quattro volumi  ero un po’ scettica, devo ammetterlo. In generale le saghe non mi hanno mai appassionata un granché: le ho spesso trovate noiose e a lungo andare scontate. Da amante delle parole quale sono, intendo la lettura come un’occasione imperdibile per assaporare lo stile e la penna di un autore, scrutarne la sintassi e le scelte lessicali, ma al tempo stesso non posso non definirmi una lettrice impaziente, una lettrice che si lascia vincere con facilità dalla curiosità quasi morbosa di sapere “come va a finire la storia”. Concludere la lettura di un volume sapendo che esiste una continuazione, magari inaccessibile nell’immediato, mi lascia insoddisfatta e delusa.

Con L’amica geniale, Storia del nuovo cognomeStoria di chi fugge e di chi restaStoria della bambina perduta ho voluto fare un’eccezione e non me ne sono pentita affatto. Non leggevo un romanzo con così tanto coinvolgimento da davvero troppo tempo.

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Stiamo parlando di un successo letterario ed editoriale tutto italiano, di cui la casa editrice E/O si è fatta fautrice e portavoce. Un trionfo dilagante che ha investito con orgoglio l’Europa, l’America. Le voci che vogliono a tutti i costi motivare questa riuscita strepitosa con la mera curiosità generata dall’identità sconosciuta dell’autrice – a mio modesto parere – sono destinati a perdersi nel rimbombo del loro stesso eco. L’amica geniale va ben oltre uno spetteguless da rivista di gossip, è sostanza, contenuto. È un fenomeno a tutti gli effetti.

Con uno stile impareggiabile, Elena Ferrante ci racconta un’amicizia lunga una vita, un legame indissolubile che tiene vicine le protagoniste Lila e Lenù anche quando sono distanti, dall’infanzia, all’adolescenza fino all’età adulta. Gli avvenimenti che scandiscono le loro esistenze nel corso degli anni sono certamente il nocciolo della storia, ma c’è da dire che anche il “contorno” si carica di un valore predominante nella narrazione, esautorato così del suo ruolo marginale. I numerosi personaggi che ruotano attorno alle protagoniste, il contesto geografico, storico e sociale, il rione della periferia napoletana in cui Raffaella Cerullo ed Elena Greco sono nate e cresciute, tutto viene descritto con dovizia di particolari e con sfumature talmente realistiche da sembrare dotato di una centralità narrativa propria.

Nel corso della lettura dei quattro volumi, mi sono ritrovata spesso a pormi una domanda che, un po’ per deformazione professionale, è sorta spontanea in più occasioni: “ma come avranno fatto i traduttori a rendere questo o quell’altro in una lingua diversa dall’italiano, in una lingua diversa da quella della narratrice?”. Ogni singola parola utilizzata dalla Ferrante nel romanzo nasconde un universo intero. E non mi riferisco solo a scelte puramente lessicali, ma anche e soprattutto al tono della narrazione. Le frasi sono strutturate in una maniera così accurata da sembrare ben studiate, ma al tempo stesso paradossalmente naturali. Nei dialoghi – ma non solo – si “sente” chiaramente l’inflessione napoletana, il ritmo è scandito anche da espressioni dialettali e vari regionalismi.

Spinta da una forte curiosità, ho provato così a cercare una risposta confrontando il testo originale con la traduzione francese e con quella inglese.

Ho scelto un breve passaggio tratto dal secondo volume, Storia del nuovo cognome (che tra l’altro è stato il mio preferito) e lo riporto qui di seguito a titolo esemplificativo, confrontandolo con la traduzione in francese di Elsa Damien (Le nouveau nomÉditions Gallimard) e la traduzione in inglese di Ann Goldstein (The Story of a New NameEuropa Editions).

Versione italiana

download (2)Stefano la lasciò fare e solo quando lei provò ancora ad aprire la portiera per scappare, le disse freddo: càlmati. Lila si girò di scatto: calmarsi dopo che lui aveva gettato la colpa su suo padre e suo fratello, calmarsi quando tutt’e tre l’avevano trattata come una pezza per lavare il pavimento, come una mappina? Non mi voglio calmare, gridò, strunz, riportami subito a casa mia, quello che hai detto adesso lo devi ripetere davanti a quegli altri due uomini di merda. E solo quando pronunciò quell’espressione in dialetto, uommen’e mmerd, si accorse di aver spezzato la barriera dei toni compassati di suo marito.

Versione francese

downloadStefano la laissa faire et c’est seulement quand elle tenta à nouveau d’ouvrir la portière pour s’enfuir qu’il lui dit froidement : calme-toi. Lila se retourna d’un bon : se calmer alors qu’il avait rejeté la faute sur son père et son frère, se calmer alors que tous trois l’avaient traitée comme un torchon pour laver par terre, comme une serpillière ? J’ai pas envie de me calmer, connard, hurla-t-elle, ramène-moi tout de suite chez moi, ce que tu viens de dire il faut que tu le répètes devant ces deux autres merdeux ! C’est seulement quand elle prononça cette expression en dialecte, ces deux autres merdeux, qu’elle se rendit compte d’avoir fait tomber la barrière des tons compassés de Stefano.

Versione inglese

download (1)Stefano let her go on, but when she tried again to open the door and escape he said to her coldly, Calm down. Lila turned suddenly: calm down after he had thrown the blame on her father and brother, calm down when all three had treated her like an old rag, a rag for wiping up the floor. I don’t want to calm down, she shouted, you piece of shit, take me home right now, repeat what you just said in front of those two other shit men. And only when she uttered that expression in dialect, shit men, uommen’e mmerd, did she noticed that she had broken the barrier of her husband’s measured tones.

Ho evidenziato i passaggi particolarmente degni di nota e li analizzerò punto per punto:

Italiano

Francese

Inglese

“… l’avevano trattata come una pezza per lavare il pavimento, come una mappina…” “… (ils) l’avaient traitée comme un torchon pour laver par terre, comme une serpillière…” “… (they) had treated her like an old rag, a rag for wiping up the floor…”

Qui è davvero molto interessante l’utilizzo di mappina. Si tratta di un’espressione usata in diverse zone del Sud Italia, quindi  oserei definirlo un regionalismo ad ampio raggio. È un sostantivo molto comune nel linguaggio parlato ed indica in sostanza un canovaccio da cucina.

Come avranno fatto le traduttrici a rendere questo tocco partenopeo in francese e in inglese?

Elsa Damien ha optato per “serpillière“, ma personalmente non sono molto d’accordo con la sua scelta. Una serpillière è sì uno strofinaccio, ma destinato al lavaggio dei pavimenti, quindi non a pulire o asciugare stoviglie o altri utensili da cucina. Per di più, serpillière  è il termine francese utilizzato per indicare il mocio, il moderno straccio per pavimenti dotato di secchio inventato dall’americana Joy Mangano nel 1990.

Ann Goldstein invece ha utilizzato “old rag“, laddove “rag” significa “straccio”. Il termine è un po’ più generico e viene rafforzato con l’accostamento dell’aggettivo “old”, ossia “vecchio” , “consunto”. La traduzione in inglese risulta quindi, a mio parere, leggermente più neutra rispetto all’originale.

Italiano

Francese

Inglese

Strunz Connard You piece of shit

In questo passaggio è interessante notare che nella traduzione dell’espressione volgare “strunz” si registra una perdita inevitabile, quella della sfumatura dialettale napoletana. Il termine francese “connard” e l’espressione inglese “you piece of shit”, infatti, sono i traducenti “ufficiali” dell’epiteto volgare italiano “stronzo”. Non esistono stratagemmi linguistici che possano dialettalizzare l’espressione italiana in questione a beneficio del lettore straniero.

Italiano

Francese

Inglese

“… quello che hai detto adesso lo devi ripetere davanti a quegli altri due uomini di merda. E solo quando pronunciò quell’espressione in dialetto, uommen’e mmerd…” “… il faut que tu le répètes devant ces deux autres merdeux ! C’est seulement quand elle prononça cette expression en dialecte, ces deux autres merdeux…” “… repeat what you just said in front of those two other shit men. And only when she uttered that expression in dialect, shit menuommen’e mmerd…”

 

Nella versione originale Elena Ferrante utilizza un’espressione dialettale, “uommen’e mmerd” . Per un pubblico italiano non napoletano, la comprensione  non risulterà difficile poiché la stessa espressione viene menzionata poco prima in lingua italiana (“quegli altri due uomini di merda“) e comunque è introdotta da un’enunciazione esplicativa (“…quando pronunciò quell’espressione in dialetto…”).

Il discorso indubbiamente si complica per un lettore straniero. Elsa Damien e Ann Goldstein hanno adottato due approcci differenti. La traduttrice francese ha preferito eliminare completamente l’espressione dialettale, traducendone il significato ed evidenziandolo in corsivo (“ces deux autres merdeux”). La traduttrice inglese, invece, ha voluto accostare alla traduzione letterale dell’espressione (“shit men”), la forma dialettale originale, rimanendo così fedele al testo di partenza, ma al tempo stesso facendo dono al lettore inglese di un elemento  prezioso in più, un elemento esclusivo che proviene direttamente dalla penna di Elena Ferrante.

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Le mie “pulizie” durante un “trasloco”

Ci tengo a precisare che non è mia intenzione esprimere un giudizio sul lavoro condotto dalle due traduttrici in questione (non avrei l’autorevolezza per farlo), lavoro senza ombra di dubbio degno di lode e di un’ammirazione professionale sconfinata. Quest’ analisi è solo frutto del mio gusto personale in materia di scelte traduttive e, soprattutto, di mie osservazioni su quelli che sono i mutamenti subiti da un testo durante il processo di traduzione. Perché nella traduzione da una lingua ad un’altra, in fin dei conti, c’è quasi sempre un “residuo”, una sfumatura, una parte che si perde e va accettata. Un po’ come succede (e qui cito Yasmina Melaouah) quando si fanno le pulizie durante un trasloco: la nostra nuova casa sarà sempre casa nostra, ricreeremo il nostro ambiente quotidiano così come lo avevamo creato nella nostra prima abitazione. Ma quanti oggetti saremo costretti ad abbandonare durante il trasferimento? Perché non abbiamo abbastanza spazio, perché nella nuova casa risulterebbero superflui e ne comprometterebbero la funzionalità. La traduzione, in fin dei conti, è proprio questo: un trasloco.

RAMONA

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2 pensieri su “Elena Ferrante. Di traduzioni a confronto e…traslochi

  1. Barbara M. ha detto:

    Questo articolo è bellissimo! Sono d’accordo con tutto, quando si traduce qualcosa inevitabilmente si perde. Puoi trasmettere il messaggio, l’idea, ma certe sfumature della lingua si perdono..ma solo in pochi se ne accorgono! Un abbraccio 🙂

    Liked by 1 persona

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