Un profumo da annusare, di Gustave Flaubert

Eccomi di ritorno dopo qualche mese di assenza e il mio riapprodo su questo blog è accompagnato da una bella novità di cui non vedevo l’ora di parlarvi.

Vado dritta al punto senza troppi preamboli: è finalmente disponibile in lingua italiana Un parfum à sentir ou Les Baladins, uno dei più importanti scritti giovanili – finora inedito nel nostro paese – del grande Gustave Flaubert!

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L’opera fa parte della collana “Classici da (ri)scoprire”, promossa da La Bottega dei Traduttori, un progetto di cui sono contentissima di far parte. Questa pubblicazione nello specifico mi rende particolarmente orgogliosa ed entusiasta perché proprio io ho avuto il piacere e l’onore di realizzare la traduzione in italiano del racconto. È stato un lavoro intenso, ricco di sfide traduttive e importanti spunti di riflessione, non c’è che dire! 🙂

LA BOTTEGA DEI TRADUTTORI

L’iniziativa nasce per dare risalto ai classici della letteratura straniera mai tradotti in lingua italiana (o le cui precedenti traduzioni sono ormai introvabili perché fuori commercio) di autori noti e meno noti del panorama letterario mondiale, con particolare attenzione alla forma del racconto breve, genere oggigiorno da rivalutare e diffondere il più possibile.

Il progetto mira, col tempo, a creare una solida community di traduttori, animati dalla passione per la letteratura, il desiderio di sfruttare le proprie competenze per condividere con i lettori piccole grandi gemme dimenticate e maturare esperienza attraverso il confronto e lo scambio reciproco con i membri del gruppo e con revisori più esperti.

14449784_979173462194932_8814448273812922720_nUN PROFUMO DA ANNUSARE O I SALTIMBANCHI

Questo racconto è stato definito dal suo stesso autore un racconto “filosofico, morale, immorale, ad libitum” che contiene un messaggio “triste, amaro, oscuro e scettico”: sarà compito del lettore ricercarlo nel testo e identificarlo.

Composta nel 1836, quando Gustave Flaubert non aveva ancora compiuto quindici anni, l’opera narra la storia di una famiglia di saltimbanchi sventurati che si ritrova a dover fare i conti con la fame e la povertà. Marguerite, la protagonista, è una donna brutta, invecchiata precocemente a causa delle pene che la vita le ha inflitto. Derisa e disprezzata da una società che non si cura di chi è meno fortunato, la “Rossa Laida” sarà costretta a subire il tradimento del marito Pedrillo con la saltimbanca Isabellada, una ventenne “bella, incoronata di fiori, di profumi e d’amore”. La gelosia e la rabbia prenderanno così il sopravvento e Marguerite, tanto risoluta quanto disperata, compirà un gesto estremo che sancirà il punto di non ritorno della storia, l’epilogo “bizzarro e amaro” già preannunciato dall’autore stesso nella sua introduzione al racconto.

La scelta di inserire Un profumo da annusare o I Saltimbanchi all’interno della collana “Classici da (ri)scoprire” nasce dall’idea di rendere fruibile al lettore italiano un testo quasi del tutto sconosciuto nel nostro panorama letterario e che, al contrario, meriterebbe una grande attenzione. A differenza delle opere più note del nostro autore quali Madame BovaryL’educazione sentimentale o Salambôinfatti, gli scritti giovanili di Flaubert occupano ancora un ruolo marginale. Eppure le tematiche trattate e lo stile adottato lasciano già presagire la dimensione letteraria che assumerà poi il Flaubert della maturità. Il sogno, l’evasione mentale, le allucinazioni regalano attimi di speranza fugace a personaggi ben tipizzati che, annientati da una natura “che si è fatta matrigna”, lottano contro la sofferenza e le ingiustizie sociali. Alla fine chi vincerà?

Un profumo da annusare o I Saltimbanchi è disponibile in formato ebook al prezzo di 1,99€ su Amazon, Kobo, YCP, ScribdIbs e tutti i principali store online.

 

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Elena Ferrante. Di traduzioni a confronto e…traslochi

Ho da poco completato la lettura della tetralogia de L’amica geniale di Elena Ferrante.

Prima di iniziare a leggere i quattro volumi  ero un po’ scettica, devo ammetterlo. In generale le saghe non mi hanno mai appassionata un granché: le ho spesso trovate noiose e a lungo andare scontate. Da amante delle parole quale sono, intendo la lettura come un’occasione imperdibile per assaporare lo stile e la penna di un autore, scrutarne la sintassi e le scelte lessicali, ma al tempo stesso non posso non definirmi una lettrice impaziente, una lettrice che si lascia vincere con facilità dalla curiosità quasi morbosa di sapere “come va a finire la storia”. Concludere la lettura di un volume sapendo che esiste una continuazione, magari inaccessibile nell’immediato, mi lascia insoddisfatta e delusa.

Con L’amica geniale, Storia del nuovo cognomeStoria di chi fugge e di chi restaStoria della bambina perduta ho voluto fare un’eccezione e non me ne sono pentita affatto. Non leggevo un romanzo con così tanto coinvolgimento da davvero troppo tempo.

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Stiamo parlando di un successo letterario ed editoriale tutto italiano, di cui la casa editrice E/O si è fatta fautrice e portavoce. Un trionfo dilagante che ha investito con orgoglio l’Europa, l’America. Le voci che vogliono a tutti i costi motivare questa riuscita strepitosa con la mera curiosità generata dall’identità sconosciuta dell’autrice – a mio modesto parere – sono destinati a perdersi nel rimbombo del loro stesso eco. L’amica geniale va ben oltre uno spetteguless da rivista di gossip, è sostanza, contenuto. È un fenomeno a tutti gli effetti.

Con uno stile impareggiabile, Elena Ferrante ci racconta un’amicizia lunga una vita, un legame indissolubile che tiene vicine le protagoniste Lila e Lenù anche quando sono distanti, dall’infanzia, all’adolescenza fino all’età adulta. Gli avvenimenti che scandiscono le loro esistenze nel corso degli anni sono certamente il nocciolo della storia, ma c’è da dire che anche il “contorno” si carica di un valore predominante nella narrazione, esautorato così del suo ruolo marginale. I numerosi personaggi che ruotano attorno alle protagoniste, il contesto geografico, storico e sociale, il rione della periferia napoletana in cui Raffaella Cerullo ed Elena Greco sono nate e cresciute, tutto viene descritto con dovizia di particolari e con sfumature talmente realistiche da sembrare dotato di una centralità narrativa propria.

Nel corso della lettura dei quattro volumi, mi sono ritrovata spesso a pormi una domanda che, un po’ per deformazione professionale, è sorta spontanea in più occasioni: “ma come avranno fatto i traduttori a rendere questo o quell’altro in una lingua diversa dall’italiano, in una lingua diversa da quella della narratrice?”. Ogni singola parola utilizzata dalla Ferrante nel romanzo nasconde un universo intero. E non mi riferisco solo a scelte puramente lessicali, ma anche e soprattutto al tono della narrazione. Le frasi sono strutturate in una maniera così accurata da sembrare ben studiate, ma al tempo stesso paradossalmente naturali. Nei dialoghi – ma non solo – si “sente” chiaramente l’inflessione napoletana, il ritmo è scandito anche da espressioni dialettali e vari regionalismi.

Spinta da una forte curiosità, ho provato così a cercare una risposta confrontando il testo originale con la traduzione francese e con quella inglese.

Ho scelto un breve passaggio tratto dal secondo volume, Storia del nuovo cognome (che tra l’altro è stato il mio preferito) e lo riporto qui di seguito a titolo esemplificativo, confrontandolo con la traduzione in francese di Elsa Damien (Le nouveau nomÉditions Gallimard) e la traduzione in inglese di Ann Goldstein (The Story of a New NameEuropa Editions).

Versione italiana

download (2)Stefano la lasciò fare e solo quando lei provò ancora ad aprire la portiera per scappare, le disse freddo: càlmati. Lila si girò di scatto: calmarsi dopo che lui aveva gettato la colpa su suo padre e suo fratello, calmarsi quando tutt’e tre l’avevano trattata come una pezza per lavare il pavimento, come una mappina? Non mi voglio calmare, gridò, strunz, riportami subito a casa mia, quello che hai detto adesso lo devi ripetere davanti a quegli altri due uomini di merda. E solo quando pronunciò quell’espressione in dialetto, uommen’e mmerd, si accorse di aver spezzato la barriera dei toni compassati di suo marito.

Versione francese

downloadStefano la laissa faire et c’est seulement quand elle tenta à nouveau d’ouvrir la portière pour s’enfuir qu’il lui dit froidement : calme-toi. Lila se retourna d’un bon : se calmer alors qu’il avait rejeté la faute sur son père et son frère, se calmer alors que tous trois l’avaient traitée comme un torchon pour laver par terre, comme une serpillière ? J’ai pas envie de me calmer, connard, hurla-t-elle, ramène-moi tout de suite chez moi, ce que tu viens de dire il faut que tu le répètes devant ces deux autres merdeux ! C’est seulement quand elle prononça cette expression en dialecte, ces deux autres merdeux, qu’elle se rendit compte d’avoir fait tomber la barrière des tons compassés de Stefano.

Versione inglese

download (1)Stefano let her go on, but when she tried again to open the door and escape he said to her coldly, Calm down. Lila turned suddenly: calm down after he had thrown the blame on her father and brother, calm down when all three had treated her like an old rag, a rag for wiping up the floor. I don’t want to calm down, she shouted, you piece of shit, take me home right now, repeat what you just said in front of those two other shit men. And only when she uttered that expression in dialect, shit men, uommen’e mmerd, did she noticed that she had broken the barrier of her husband’s measured tones.

Ho evidenziato i passaggi particolarmente degni di nota e li analizzerò punto per punto:

Italiano

Francese

Inglese

“… l’avevano trattata come una pezza per lavare il pavimento, come una mappina…” “… (ils) l’avaient traitée comme un torchon pour laver par terre, comme une serpillière…” “… (they) had treated her like an old rag, a rag for wiping up the floor…”

Qui è davvero molto interessante l’utilizzo di mappina. Si tratta di un’espressione usata in diverse zone del Sud Italia, quindi  oserei definirlo un regionalismo ad ampio raggio. È un sostantivo molto comune nel linguaggio parlato ed indica in sostanza un canovaccio da cucina.

Come avranno fatto le traduttrici a rendere questo tocco partenopeo in francese e in inglese?

Elsa Damien ha optato per “serpillière“, ma personalmente non sono molto d’accordo con la sua scelta. Una serpillière è sì uno strofinaccio, ma destinato al lavaggio dei pavimenti, quindi non a pulire o asciugare stoviglie o altri utensili da cucina. Per di più, serpillière  è il termine francese utilizzato per indicare il mocio, il moderno straccio per pavimenti dotato di secchio inventato dall’americana Joy Mangano nel 1990.

Ann Goldstein invece ha utilizzato “old rag“, laddove “rag” significa “straccio”. Il termine è un po’ più generico e viene rafforzato con l’accostamento dell’aggettivo “old”, ossia “vecchio” , “consunto”. La traduzione in inglese risulta quindi, a mio parere, leggermente più neutra rispetto all’originale.

Italiano

Francese

Inglese

Strunz Connard You piece of shit

In questo passaggio è interessante notare che nella traduzione dell’espressione volgare “strunz” si registra una perdita inevitabile, quella della sfumatura dialettale napoletana. Il termine francese “connard” e l’espressione inglese “you piece of shit”, infatti, sono i traducenti “ufficiali” dell’epiteto volgare italiano “stronzo”. Non esistono stratagemmi linguistici che possano dialettalizzare l’espressione italiana in questione a beneficio del lettore straniero.

Italiano

Francese

Inglese

“… quello che hai detto adesso lo devi ripetere davanti a quegli altri due uomini di merda. E solo quando pronunciò quell’espressione in dialetto, uommen’e mmerd…” “… il faut que tu le répètes devant ces deux autres merdeux ! C’est seulement quand elle prononça cette expression en dialecte, ces deux autres merdeux…” “… repeat what you just said in front of those two other shit men. And only when she uttered that expression in dialect, shit menuommen’e mmerd…”

 

Nella versione originale Elena Ferrante utilizza un’espressione dialettale, “uommen’e mmerd” . Per un pubblico italiano non napoletano, la comprensione  non risulterà difficile poiché la stessa espressione viene menzionata poco prima in lingua italiana (“quegli altri due uomini di merda“) e comunque è introdotta da un’enunciazione esplicativa (“…quando pronunciò quell’espressione in dialetto…”).

Il discorso indubbiamente si complica per un lettore straniero. Elsa Damien e Ann Goldstein hanno adottato due approcci differenti. La traduttrice francese ha preferito eliminare completamente l’espressione dialettale, traducendone il significato ed evidenziandolo in corsivo (“ces deux autres merdeux”). La traduttrice inglese, invece, ha voluto accostare alla traduzione letterale dell’espressione (“shit men”), la forma dialettale originale, rimanendo così fedele al testo di partenza, ma al tempo stesso facendo dono al lettore inglese di un elemento  prezioso in più, un elemento esclusivo che proviene direttamente dalla penna di Elena Ferrante.

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Le mie “pulizie” durante un “trasloco”

Ci tengo a precisare che non è mia intenzione esprimere un giudizio sul lavoro condotto dalle due traduttrici in questione (non avrei l’autorevolezza per farlo), lavoro senza ombra di dubbio degno di lode e di un’ammirazione professionale sconfinata. Quest’ analisi è solo frutto del mio gusto personale in materia di scelte traduttive e, soprattutto, di mie osservazioni su quelli che sono i mutamenti subiti da un testo durante il processo di traduzione. Perché nella traduzione da una lingua ad un’altra, in fin dei conti, c’è quasi sempre un “residuo”, una sfumatura, una parte che si perde e va accettata. Un po’ come succede (e qui cito Yasmina Melaouah) quando si fanno le pulizie durante un trasloco: la nostra nuova casa sarà sempre casa nostra, ricreeremo il nostro ambiente quotidiano così come lo avevamo creato nella nostra prima abitazione. Ma quanti oggetti saremo costretti ad abbandonare durante il trasferimento? Perché non abbiamo abbastanza spazio, perché nella nuova casa risulterebbero superflui e ne comprometterebbero la funzionalità. La traduzione, in fin dei conti, è proprio questo: un trasloco.

RAMONA

Tre Secondi, di Kane Banway

Chi non ha mai sognato di potersi teletrasportare? Evitare code, spostamenti, tragitti lunghi e faticosi, la fretta, i ritardi, la sveglia troppo presto al mattino, il rientro a casa troppo tardi la sera.

Jack avrebbe questa possibilità: ridurre i tempi e accorciare le distanze, semplicemente utilizzando la T-Porta. In tre secondi, solo tre secondi d’orologio, lui e la sua famiglia potrebbero raggiungere la meta per le vacanze.

Ma c’è un problema. Jack non ama la T-Porta. Ma ama sua moglie e, da marito premuroso, si sente in dovere di accontentarla…

In fondo, cosa non faremmo per l’amore della nostra vita?

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Un breve racconto di science-fiction che ci regala un sottile spunto di riflessione in chiave fantastica sull’uso e abuso della tecnologia nella società moderna.

Edito da Babelcube Inc., è stato tradotto dal francese in italiano da… la sottoscritta! 🙂

Disponibile in formato e-book su Amazon, Google Play, Apple, Kobo, Barnes & Noble, Scribd.

L’autore

Nato a Parigi il 3 aprile 1980, quando compie dodici anni suo padre decide di buttargli via la collezione di fumetti, sostituendola con la collana integrale di Sherlock Holmes e con un curioso libro sulle avventure di un nanetto dai piedi pelosi di nome Bilbo.
Da quel momento nasce il suo grande amore per l’immaginario, l’evasione, il fantastico e le cause perse (ritrovare i suoi fumetti). Verne, Tolkien, Doyle, Zelazny diventano molto presto suoi compagni, molto più dei poveri libri di scuola abbandonati.
Per ragioni indipendenti dalla sua volontà, una grande quantità di mondi rimane imprigionata dietro le sbarre dei suoi molteplici lavori legati all’informatica. Fino al giorno in cui la necessità di liberare i prigionieri si è imposta…

Potete trovarlo su WordPress o Facebook.

Leggere in lingua: passione, antidoto e “vigile passività”

Il mio amore sviscerato per la lingua francese non è mai stato un mistero. Mi basta captare una erre moscia, un suono nasale e qualche nota de La vie en rose per perdere completamente il contatto con la realtà. Nel mio cervello scatta in automatico il meccanismo di disconnessione dalla lingua italiana e – clic! – si accende subito l’interruttore per il francese. Pasta, pizza e mandolino non funzionano più: da quel momento in poi reagisco solo a Tour Eiffel, quiche lorraine pain au chocolat (aggiungiamoci anche un croque-monsieur).

Ho vissuto in diverse città della Francia per alcuni anni e, sebbene la scelta di rientrare in patria in pianta stabile sia stata incondizionata, meditata e consapevole (me misera, me tapina!), devo confessare che la saudade si fa spesso sentire. Mi manca l’aria che tirava (…) nei pomeriggi freddi ma soleggiati passati a leggere sulle panchine dell’Esplanade du Peyrou. Mi manca addentare un sandwich-jambon-fromage accanto a qualche sconosciuto discreto e ordinato, come me diligentemente intento a gustarsi un romanzo (oltre al panino) al grand bassin rond del Jardin des Tuileries. Mi manca girovagare per ore e ore fra gli scaffali della Fnac vicino Place Bellecour alla ricerca di un nuovo Bescherelle da aggiungere alla mia collezione. Mi manca persino quella sensazione di stordimento, quando il brusio confuso dei passeggeri del bus 34 partito dai Parchi Disneyland e arrivato a Magny-le-Hongre mi risvegliava dallo stato narcolettico in cui, libro sulle gambe, ero sprofondata (vi assicuro che cercare di convincere bambini di tutte le nazionalità immaginabili che anche se sei vestita da pirata non sei la sorella di Jack Sparrow, può essere molto sfiancante).

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Insomma, se non si fosse ancora capito, i libri per me sono compagni di vita quotidiana. Leggere è una delle cose che più mi piace fare al mondo. È uno dei pochi antidoti all’iperattività della mia mente (quanto al fisico, invece, il problema non sussiste), un balsamo, un calmante, uno stimolo, un incoraggiamento. E forse anche un po’ per rivivere quegli attimi di vita d’oltralpe per cui spesso provo nostalgia, oltre che per scovare interessanti novità da proporre a qualche casa editrice italiana, negli ultimi anni ho letto quasi esclusivamente in lingua francese. Narrativa, saggistica specialistica, non-fiction… insomma, un po’ di tutto. Qualcosa me lo hanno consigliato, qualcosa l’ho scelto io. Qualcosa mi è piaciuto di più, qualcosa di meno. Qualcosa l’ho addirittura tradotto, un po’ per esercizio, un po’ per lavoro.

Uno dei tanti motivi per cui adoro leggere in lingua originale è che, ai miei occhi innamorati del francese, qualsiasi contenuto, anche quello meno curato da un punto di vista lessicale e stilistico, si carica di un fascino particolare se espresso en français. È esattamente come quando di una persona esteticamente poco avvenente si dice “è brutta, ma ha il suo perché”. Motivazione del tutto opinabile, sono d’accordo. Eppure è questo che avviene nella mia mente quando mi capita di leggere materiale talvolta qualitativamente scadente in lingua francese: gli permetto di brillare di luce riflessa, nonostante la sua oggettiva bruttezza.

Leggere in lingua per piacere, poi,  si è rivelato un supporto preziosissimo anche a favore di quello che è il mio “dovere”, ossia il mio lavoro di traduttrice. Anche una lingua straniera che si conosce molto bene, non si conosce mai abbastanza. Sono sempre stata dell’opinione che una lingua si impara sui tomi di grammatica e gli eserciziari, ma si capisce veramente solo sul posto, nei posti. La lingua della letteratura, però, è un’altra cosa. È a una tappa più in là nel processo di comprensione, è lingua ma prescinde dalla lingua, è in poche parole un microcosmo a sé al quale ci si deve accostare con pazienza e con cautela, proprio come si fa di solito quando ci si avvicina per la prima volta a qualcosa di nuovo. La lettura di letteratura in lingua originale richiede una sensibilità molto particolare che, ironia della sorte, non si può affinare se non… continuando a leggere! Di tutto di più, sempre di più.

In un’ottica più prettamente traduttiva, la lettura in lingua originale è a tutti gli effetti la prima delle fasi di lavoro previste, la fase dell’ascolto, dello “star di là”, la fase di “vigile passività”. È in questi termini che ce l’ha definita l’impareggiabile Yasmina Melaouah lo scorso 13 febbraio a Pisa, durante il laboratorio di traduzione editoriale dal francese organizzato da STL Formazione, a cui ho partecipato con estrema soddisfazione. Quando leggiamo un testo destinato alla traduzione, non facciamo altro che metterci appunto all’ascolto dell’autore, alla scoperta del microcosmo specifico che ci stiamo accingendo a esplorare. Creiamo una sintonia, un legame vero e proprio. Identifichiamo codici linguistici e non, contenuti e forme. E solo dopo questa fase, possiamo passare alla tappa successiva, quella che Yasmina chiama “libertà controllata” e che, al di là di tutto, rimane la nostra tappa principale: la traduzione.

La lettura in lingua originale è una miniera di risorse preziose per chi ha fatto delle parole e della forma delle parole il proprio mestiere. Ma non solo. Nel mio caso è il palliativo per eccellenza contro il mal de France, da usare senza moderazione fino al prossimo volo per Parigi, bien sûr.

Ramona